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Stefania Pecorino

DSA

Cos'è la dislessia: spiegata semplice ai genitori

Dislessia cos'è davvero, spiegata in parole semplici da una psicologa. Come si manifesta, perché capita, cosa fare se sospetti che riguardi tuo figlio.

Di Stefania Pecorino, psicologa 7 min di lettura
Una mamma e una bambina leggono insieme un libro: la lettura è il punto in cui la dislessia spesso si manifesta per primo

Dislessia, cos’è davvero? Se sei arrivata qui probabilmente è perché qualcuno (la maestra, il pediatra, una mamma di un compagno di classe) ha pronunciato quella parola pensando a tuo figlio o a tua figlia. E adesso ti stai chiedendo cosa significhi davvero, oltre l’etichetta.

Questa è una guida onesta, scritta come la racconterei a una madre seduta in studio. Niente terminologia medica inutile, niente catastrofismi, niente promesse di soluzioni miracolose. Solo quello che è importante sapere per capire la situazione e decidere il passo successivo.

Che cos’è la dislessia, spiegata bene

La dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) che riguarda la capacità di leggere. In termini concreti: chi è dislessico legge più lentamente o con più errori della maggior parte dei suoi coetanei, anche dopo aver imparato il meccanismo della lettura e anche se ha tutte le altre capacità cognitive nella norma.

La parola chiave qui è “specifico”. La dislessia non è un problema generale di intelligenza, di volontà o di attenzione. È una difficoltà circoscritta a una funzione molto precisa, la decodifica scritta, che dipende da come il cervello processa i segni grafici e li trasforma in suoni e parole.

In Italia la dislessia è riconosciuta come disturbo clinico dalla Legge 170 del 2010, la stessa legge che obbliga la scuola ad attivare misure di supporto (il Piano Didattico Personalizzato, il PDP) per gli studenti con diagnosi.

Bambini che leggono libri seduti in cerchio: la dislessia non si vede da fuori, ma chi ce l'ha la sente ad ogni pagina
La dislessia non si vede da fuori, ma chi ce l'ha la sente ad ogni pagina di lettura.

Cosa significa avere la dislessia: il significato che spesso si confonde

Quando si parla di dislessia significato, la confusione più frequente è questa: pensare che un bambino dislessico “non sappia leggere” o “sia indietro”. Non è così. Un bambino dislessico sa leggere, ma legge in modo faticoso, lento, con un dispendio di energia mentale enorme rispetto a un compagno della sua età.

Per capirci con un’immagine: prova a leggere una pagina in una lingua che conosci poco, magari in stampato corsivo malfatto. Riesci a farlo, ma ogni parola ti costa. A fine pagina sei stanca, e magari non hai capito tutto quello che hai letto perché tutta l’attenzione è stata assorbita dalla decodifica. Per un bambino con dislessia, ogni testo scolastico funziona così. Ogni giorno. Per anni.

Ed è qui che si capisce perché la diagnosi è importante: non per “mettere un’etichetta”, ma per dare a tuo figlio o tua figlia gli strumenti che gli servono (strumenti compensativi, tempi più lunghi, mappe concettuali) per non dover sprecare tutta l’energia su un meccanismo che, per una questione neurologica, gli costa il triplo.

Una valutazione fatta al momento giusto non mette un’etichetta: restituisce a tuo figlio o a tua figlia il modo corretto per leggere se stesso.

I tre tipi principali di DSA

La dislessia è uno dei quattro DSA riconosciuti, e spesso si presenta insieme ad altri:

  • Dislessia: difficoltà nella lettura (velocità o accuratezza)
  • Disortografia: difficoltà nell’ortografia, con errori sistematici nello scrivere
  • Disgrafia: difficoltà nel gesto grafico, ovvero la scrittura come tratto manuale
  • Discalculia: difficoltà con i numeri e il calcolo

Capita spesso che un bambino abbia più di un DSA contemporaneamente. È normale, e non significa che la situazione sia “più grave”: significa solo che la valutazione e il PDP dovranno tenerne conto.

Come si manifesta nei bambini: i segnali che vedi a casa e a scuola

I primi segnali della dislessia di solito emergono tra la fine della prima e l’inizio della terza elementare. Prima è troppo presto: tutti i bambini, all’inizio, leggono in modo faticoso. Sono tappe evolutive normali. La diagnosi clinica vera e propria si può fare solo a partire dalla fine della seconda elementare, perché serve il tempo che la scuola finisca di insegnare il meccanismo base della lettura.

Detto questo, i segnali a cui prestare attenzione sono concreti:

  • Lettura lenta e poco fluente, anche su testi semplici e familiari.
  • Errori sistematici: scambi di lettere simili (b/d, p/q, m/n), inversioni (li/il), omissioni o aggiunte di lettere.
  • Salta righe quando legge ad alta voce.
  • Evita di leggere ad alta voce in classe, oppure si rifiuta di leggere a casa.
  • Capisce poco di quello che ha letto, perché tutta l’energia se ne va nella decodifica.
  • I compiti durano ore, anche quelli che gli altri compagni finiscono in mezz’ora.
  • Mostra frustrazione, rabbia, somatizzazioni legate alla scuola (mal di pancia il lunedì, pianti la sera prima dei compiti).

Questi segnali, presi singolarmente e occasionalmente, non vogliono dire niente: tutti i bambini hanno giornate storte, periodi di affaticamento, momenti di rifiuto. Quello che fa la differenza è la persistenza nel tempo e la sproporzione fra fatica investita e risultato ottenuto.

Quaderno e penna su un banco di scuola: i compiti che durano il triplo del tempo sono uno dei segnali più frequenti che le famiglie mi raccontano
I compiti che durano il triplo del tempo sono uno dei segnali più frequenti che le famiglie mi raccontano.

Cosa NON è la dislessia: tre miti da sfatare

In studio mi capita spesso di ascoltare frasi che sono il riflesso di luoghi comuni duri a morire. Vale la pena chiarirne almeno tre.

“È un problema di intelligenza.” No. Per definizione clinica, la dislessia si diagnostica solo in presenza di un funzionamento cognitivo nella norma. Spesso, anzi, i bambini dislessici hanno un quoziente intellettivo nella media o sopra la media, e proprio per questo soffrono di più, perché percepiscono la sproporzione fra quello che capiscono e quello che riescono a scrivere o leggere.

“Si supera crescendo.” Non esattamente. La dislessia è una caratteristica neurobiologica che resta. Quello che cambia, con i percorsi giusti e gli strumenti giusti, è quanto pesa nella vita quotidiana. Un adulto dislessico ben supportato fin da bambino legge ancora più lentamente di un non-dislessico, ma ha imparato strategie, tecnologie, modi di organizzare il proprio lavoro che gli permettono di vivere e produrre senza limiti significativi.

“È colpa di qualcuno.” Non lo è. La dislessia ha una forte componente ereditaria, ma non dipende da come i genitori hanno cresciuto un bambino, da quanto hanno letto insieme, dall’asilo che hanno scelto. Sentire il peso di una colpa che non c’è è una delle cose che fa più male, ed è anche una delle prime cose che cerco di togliere alle famiglie quando ci sediamo a parlare.

Cosa fare adesso, se hai un sospetto

Se leggendo questo articolo hai riconosciuto tuo figlio o tua figlia in molti dei segnali, il primo passo è semplice: non aspettare.

Aspettare non aiuta. La dislessia non si risolve con il tempo da sola, mentre nel frattempo la frustrazione, la perdita di autostima e i conflitti familiari intorno ai compiti continuano a crescere. Una valutazione fatta al momento giusto è invece una delle cose più utili che puoi fare: ti dà un quadro chiaro, attiva le protezioni di legge a scuola, e soprattutto restituisce a tuo figlio o tua figlia il modo corretto per leggere se stesso.

Concretamente, quello che puoi fare è uno di questi tre passi:

  1. Parlane con la scuola. Le maestre, in genere, hanno un’idea molto chiara del livello di lettura di un bambino e possono confrontarlo con i suoi pari. Una loro segnalazione formale è spesso il punto da cui parte tutto.
  2. Parlane con il pediatra. Anche se non è la figura che fa la diagnosi, può indirizzarti al servizio pubblico di neuropsichiatria infantile o a un professionista privato.
  3. Chiedi una valutazione DSA. Si fa con uno psicologo specializzato (come me) o presso un servizio pubblico. Dura qualche incontro, prevede prove standardizzate, e si chiude con una relazione clinica scritta che ha valore legale per la scuola.

Se vuoi farti raccontare come funziona una valutazione, o capire se nel caso di tuo figlio o tua figlia ha senso farla adesso, possiamo sentirci 15 minuti al telefono, gratis, senza impegno. Ti racconto, mi racconti, e decidiamo insieme.

Per conoscere il mio percorso e il mio modo di lavorare, c’è la pagina “Chi sono”. Per scrivermi direttamente, vai alla pagina contatti.

Una cosa, prima di chiudere: se sei arrivata fino a qui è perché ti stai prendendo cura. Quella preoccupazione che senti, e che magari ti sembra esagerata, è la stessa che porta in studio le madri più attente che incontro. Non è esagerazione. È ascolto. E spesso è il primo passo che cambia davvero le cose.

Hai un dubbio che ti vorresti chiarire?

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